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mercoledì 20 giugno 2012

AUTONOMIA SCOLASTICA: ANCORA TUTTO DA FARE


"AUTONOMIA SCOLASTICA: ANCORA TUTTO DA FARE" STANDARD COMUNI PER COMBATTERE IL GAP NORD-SUD



Autonomia scolastica, governance e valutazione del sistema educativo.



In materia di istruzione e di formazione, il titolo V della Costituzione prevede una ripartizione di competenze tra Stato e Regioni che comporta il graduale passaggio dal monopolio statale a un rafforzamento del ruolo programmatorio delle Regioni e quello gestionale delle scuole autonome, le cui competenze includono: gestione del servizio scolastico, personalizzazione dell'offerta formativa, gestione delle risorse umane e finanziarie all’interno di budget prefissati, definizione di quota dei curricoli in relazione ai soggetti territoriali.





ma la scuola scende o sale?



Ma quello dipinto è un quadro a tinte piuttosto cupe: «La necessità di cambiamento è condivisa da tutti, ma la verità è che la trasformazione è lenta e vischiosa. La legge dell’autonomia è del ’97; l’autonomia è a regime dal 2000 e non solo non è in corso d’opera, ma si sta ancora “pensando” a come avviarla nelle scuole; la revisione del titolo V è del 2001 e ancora cerchiamo la strada da percorrere per tradurla nella realtà». Così, ricordando l’esempio eclatante degli organi collegiali di istituto, la cui normativa è ferma al ’74, e anche il ritardo nazionale rispetto agli obiettivi di Lisbona che ci si era impegnati a raggiungere nel 2010. «C’è da chiedersi se siamo dentro o fuori i confini di uno stato di diritto, perché un’amministrazione centrale come la nostra che non si preoccupa di attuare una norma di dieci anni or sono, sarebbe difficile da comprendere al di fuori dei confini di questo Paese…».

Lettera alla scuola italiana
«Siamo in una situazione di emergenza educativa sia sul piano del confronto internazionale, che - fatto ancor più grave – rispetto al dislivello fra Nord e Sud» ha dichiarato citando i dati Ocse-Pisa il presidente, secondo i quali il livello dell’istruzione del Friuli ad esempio, è paragonabile a quella finlandese, mentre le regioni meridionali rimangono sotto la media nazionale, già per sua natura molto bassa se confrontata con quella degli altri paesi sviluppati. «Come possiamo pensare – ha detto - che il titolo di studio italiano abbia una forte validità legale, quando non abbiamo neppure un serio sistema di parametri comuni con cui valutare i livelli raggiunti dalle differenti regioni?».

«Di certo però – alle scuole servono maggiori risorse finanziarie, mentre anno dopo anno esse hanno perso i budget che avevano in regime preautonomistico. Si stima che ad oggi la perdita si attesti al 70% di quanto possedevano, e questo dice molto sulla reale volontà dello Stato di dare attuazione alle autonomie degli istituti».

Ma non si deve assolutamente replicare a livello regionale il modello centralistico della scuola. «A fronte dell’impianto formativo nato dal titolo V e dalla norma del 2001 che coniuga autonomia e nuovi poteri regionali, le regioni non devono - per mancanza di modelli o pigrizia - ricadere nel modello centralistico. Occorre infatti eliminare la sovrapposizione di competenze fra stato, regioni, enti locali, scuole autonome».

Le aule che non vedremo
«La scuola gioca un ruolo fondamentale, e deve essere al tempo stesso una e plurale: da un lato infatti essa possiede la finalità unica di consolidare solide conoscenze di base e sviluppare competenze generali attraverso una programmazione unitaria; dall’altro ha il compito di dialogare con il territorio - avvalendosi anche dell’autonomia scolastica - adattandovisi e fornendo quelle conoscenze che il territorio stesso può meglio apprezzare, puntando sulle specifiche competenze applicate e applicabili, che più rispondono alle diverse esigenze. La scuola può intercettare queste richieste provenienti dal mondo delle imprese, e creare sull’innesto di conoscenze e di un impianto di una solida cultura di base alcuni orientamenti volti a questo tipo di esigenze».

Aula vecchia monitor senza lcd!
L’autonomia scolastica è strettamente legata alla valutazione, che deve riguardare il sistema, la dirigenza scolastica e la docenza. «Se si devono “orientare” i finanziamenti agli istituti scolastici - ha detto - bisogna porre al centro la valutazione del lavoro svolto, alternanza scuola-lavoro compresa. In Europa – ha continuato - tutti i paesi hanno un proprio sistema di valutazione, un istituto indipendente rispetto al ministero e alle scuole che è in grado di rilevare periodicamente stato di salute della scuola e livello di apprendimento degli studenti. Italia, assieme a Grecia e Creta, è la pecora nera. La valutazione è un passaggio strutturale fondamentale al quale non ci si può più sottrarre, non solo perché funzionale ad un migliore allocazione delle risorse, ma anche in tema di trasparenza verso le famiglie».



POLO QUALITA’

Un’esigenza che è stata sentita anche dagli istituti che hanno partecipato alle iniziative di formazione promosse dall’USR sul modello CAF (Common Assessment Framework) per l’autovalutazione, e rappresentano ben il 34% delle scuole del Veneto. Il CAF aiuta le scuole nei seguenti obiettivi: orientamento ai risultati, focalizzazione sulle parti interessate, gestione per processi e obiettivi, coinvolgimento del personale, miglioramento e innovazione, partnership e responsabilità sociale.

Il sogno di un telescopio a scuola
Dalla valutazione per l’anno 2007/2008, un dato interessante emerso è che la grande maggioranza delle scuole coinvolte possiede un organigramma ed ha definito esplicitamente la propria mission. Il 47% di esse ha un referente per l’autovalutazione da almeno due anni e per il 35% di esse le iniziative di formazione sul CAF sono state occasione per istituire tale figura. Dai risultati emerge che le scuole ritengono che le attività a seguito della formazione sul CAF siano state utili per: acquisire una tecnica per autovalutazione (38%), analizzare i punti di forza e le criticità (25%), acquisire consapevolezza della realtà, attività svolte e risultati raggiunti (18%), individuare le aree da migliorare (17%), sviluppare una visione unitaria di strategie e strumenti (16%). «Sono numeri che dimostrano come il terreno sia pronto e dissodato, è un segnale importante e incoraggiante. La sfida di oggi è quella di estendere questa situazione all’intero Paese».

Il nostro Paese spende in ricerca l'1,10% del Pil, ossia circa un terzo di quanto stabilito dalla strategia di Lisbona (che proponeva l'obiettivo del 3% entro il 2010 ora ridefinito dopo la crisi monetaria del 2010-11), poco più della metà della media europea (1,84%) e meno di Repubblica Ceca, Slovenia e Croazia. Questo dato ci condanna ad una marginalità grave, sottrae alle future generazioni gli strumenti necessari per misurarsi e competere nel panorama internazionale.

Perciò è da qui che si deve ripartire, rimettendo al centro il valore del sapere, della conoscenza e del merito. Perché l'unica speranza di rilanciare la nostra economia è potenziare il vantaggio in termini di sviluppo culturale, scientifico e tecnologico rispetto ai Paesi emergenti.












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